Ritratto di Francesco Guccini, con lo sguardo diretto verso l’obiettivo e sua figlia Teresa.

Francesco Guccini. Padri, figli, vita.

Francesco Guccini.

Francesco Guccini è morto. Una notifica che mi coglie mentre sto facendo un editing e sono concentrato su un momento intenso tra due persone fortemente innamorate, immerse nella vita e nel sole.

La mia prima reazione è di incredulità, ma purtroppo la ricerca online mi restituisce la brutalità della notizia.

Scrivo subito un messaggio a Teresa, sua figlia. Poi scrivo a mia figlia Sara.

Ho letto pezzi magnifici sulla sua grandezza, visto interviste, e ho apprezzato tutto con molta gratitudine. Di fronte a questa notizia, per me, è comunque inevitabile confrontarmi con le emozioni personali vissute il giorno in cui ho avuto l’inaspettato onore di conoscerlo. Uno dei grandi onori che la vita ha voluto riservarmi e che a volte mi lasciano incredulo se meritarli davvero…

Anni fa Vanity Fair Italia mi aveva incaricato di fotografarlo. Avevo intrapreso, insieme al mio assistente Umberto, il lungo viaggio verso Pavana – più che altro un pellegrinaggio – e percepivo perfettamente l’emozione di entrambi all’idea di trovarci di fronte alla leggenda, al gigantesco mito.

A questa emozione si aggiungeva però un grande punto interrogativo: oltre a Guccini, era previsto che fotografassi anche sua figlia Teresa. Credo fosse una delle prime volte in cui i due avevano accettato di comparire insieme pubblicamente.

Non avevo mai visto Teresa e buona parte dei discorsi durante il viaggio gravitava intorno a quel grosso punto interrogativo: come sarà la figlia di Guccini? In eskimo anche lei? Con lunghi vestitoni colorati e Birkenstock ai piedi?

Nei miei ricordi sparsi: quel giorno era molto freddo, c’era neve un po’ dappertutto, il viaggio era molto lungo e ho mangiato per la prima e finora unica volta le rane fritte.

Ho conosciuto i suoi tanti gatti che abitavano quella grande casa e la stalla adiacente. “Sono un gattaro io, sai?”

Ho vissuto la gentilezza defilata di Raffaella, sua moglie.

Il cortile innevato

Cercavo uno spazio in cui potermi concentrare sul maestro e sua figlia, mentre lui mi mostrava le stanze a cui era affezionato in modo particolare.

Alla fine optai per il cortile, lo spazio che mi sembrava più neutro per rappresentare entrambi.

Mentre scattavo delle rapide istantanee, appunti visivi, lui mi guardava un po’ stupito e molto divertito riguardo al set che Umberto aveva costruito nel cortile semi innevato per il ritratto in cui avrebbe posato con Teresa.

Una domanda

Scattando mi sono stupito al grande contrasto tra quell’uomo che nell’immaginario era sempre in eskimo e Teresa, curatissima, sobriamente molto elegante. E alla grande dolcezza del suo sorriso.

Mi sono sorpreso a pensare, io che allora avevo una figlia piccola, a come sarebbe stato il mio rapporto, nel futuro con una figlia adulta. E mi sono chiesto cosa avessero pensato loro, in quel momento, ma contrariamente alle mie abitudini non ho manifestato loro la mia domanda.

Una risposta

Forse però ho trovato comunque qualche risposta nelle parole di E un giorno…, la canzone che Guccini ha dedicato a lei:

E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano
Non racconta più favole e ormai
Sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare
E sospesi fra voglie alternate di andare e restare
Di andare e restare

Adesso non posso fare a meno di pensare a quel giorno.

Adesso so qualcosa in più della difficoltà di un padre nel vedere allontanarsi una figlia ormai grande, nel sapere che è giusto che accada e insieme desiderare, irrazionalmente, che una parte di lei rimanga sempre lì.

E naturalmente sono stato figlio anche io, capisco benissimo anche l’altra parte. Di quanto sia necessario, per un figlio, andare. E anche di quanto poi possa essere terribile scoprire che un giorno quel padre dal quale ci siamo allontanati con brusca e vitale voglia di vita non c’è più.

Per ironia della sorte una canzone che sento riflettere la pungente malinconia del mio stato d’animo adesso che ho una figlia ormai donna è proprio una canzone di Guccini.

Non quella dedicata a sua figlia, ma La canzone delle domande consuete:

“Non andare
Vai
Non restare
Stai
Non parlare
Parlami di te”

Il mio pensiero va soprattutto a Teresa.

Perché per tutti noi oggi è morto Francesco Guccini. Il poeta, il cantautore, il mito. E vedo le immagini delle persone che si ritrovano spontaneamente a Bologna e cantano insieme le sue canzoni.

Ma per lei è morto suo padre.

E immagino non debba essere sempre semplice avere un padre così. Un padre immensamente tuo e, nello stesso tempo, mai completamente tuo. Un padre da condividere con migliaia di persone che lo hanno amato, che sentono di conoscerlo attraverso le sue parole, che oggi hanno bisogno anche loro di salutarlo.

Poi penso che Teresa oggi è anche una madre.

Penso a suo figlio, che ormai ha tre anni. Penso alla vita che le sta intorno e che continua a chiederci di esserci anche quando vorremmo fermarci.

E torno quasi senza volerlo alle immagini che stavo guardando quando è arrivata quella notifica: due persone innamorate, abbracciate, immerse nel sole.

Forse non c’è una consolazione possibile davanti alla perdita di un padre.

C’è però la vita.

Quella che abbiamo ricevuto da chi ci ha amato. Quella che continua nelle persone che amiamo noi.

E che, anche nei giorni in cui sembra impossibile, continua ostinatamente a chiamarci.

Ritratto fotografico di una donna elegante che sorride, illuminata da una luce morbida in che sorride, illuminata da una luce morbida in studio

“Che fatica…”: un ricordo di Ornella Vanoni

Mi ha colpito molto la reazione delle persone alla scomparsa improvvisa di Ornella Vanoni. Credo sia accaduto perché lei è riuscita a essere diva senza mai perdere la curiosità indomita che la teneva vicina a tutti: la giovane icona inafferrabile e sensuale, e la signora elegante, concreta, impenitente.

Una scomparsa improvvisa, nonostante fosse lei stessa a prepararci scherzandoci sopra:

Siamo lì lì, eh…”,

Ho preparato il vestito per la bara, Dior!”,

Non arrivo a Natale…”.

Forse sembrava immortale proprio perché aveva attraversato ogni stagione della sua vita con una forza luminosa e un’ironia inarrestabile.

L’attesa di un incontro

In questi giorni mi sono tornate alla mente le sensazioni di quando Vanity Fair mi propose di fotografarla. Riascoltavo la sua voce dei video in bianco e nero che avevano accompagnato la mia infanzia:

…se tu non arrivi io non esisto…”.

Mi affascinava quella sua femminilità leggera e sicura, la capacità di abitare un corpo, un sorriso, un gesto elegante altre alla sua voce forte e svolazzante nello stesso tempo. Per prepararmi al ritratto, cercavo di impregnarmi di quella sua energia per restituirla in immagini: la sensualità del passato e la forza ironica della donna che era diventata.

Il giorno dello shooting

Quando arrivai da lei, era già da tempo qualcosa di diverso dalla ragazza dei video: una donna ironica, brillante, capace di ridere e pungerti con una frase secca, affettuosa e spregiudicata insieme.

Iniziammo a scattare e si scatenò: giocava a fare la donna seria, la maliarda, la provocatrice. Decidemmo anche di fotografarla a letto: un gioco leggero, per sottolineare la sua pigrizia…

Quel giorno io avevo una bronchite fortissima e stavo molto attento a tenermi a distanza. Lei, appena se ne accorse, decise di sfidarmi: iniziò a bere ostentatamente dal mio bicchiere, guardandomi come per dire “vediamo che fai”.

Ridemmo molto e da quell’istante si creò una piccola intimità curiosa, un gioco allusivo da veri monelli.

Una settimana più tardi era sul palco di Milano, in un concerto dedicato a lei. Fu meravigliosa, sarcastica come sempre:

Sì, lo so, canto meglio quando non ho la bronchite… ma mi ammalo anche io! Sono pur sempre una donna!!”.

Ornella alla mia mostra MASKS

Qualche tempo dopo venne a trovarmi alla mia mostra MASKS Project per AIPI Italia, al MIA Fair, Superstudio. Ricordo il modo in cui camminava tra i miei ritratti: lo sguardo vivissimo, la curiosità contagiosa, la capacità di cogliere e sottolineare ogni dettaglio.

Si fermava, commentava, chiedeva, rideva:

Mi hai fatto salire un piano, Gianluigi. Che fatica! Lo sai che lo scriveranno sul mio epitaffio, vero?

Era il suo modo unico: ironico, diretto, affettuoso, elegantemente libero.

Vederla muoversi tra le mie fotografie è stato un regalo, per me e per Pisana Ferrari, presidente di AIPI Italia. Uno di quei ricordi che diventano parte della propria vita.

Quello che resta

Forse il vero corto circuito, quello che oggi commuove tutti, è tra la bellissima ragazza dei video e la donna ironica e indomabile che è rimasta fino all’ultimo. Questa trasformazione impressionante tra fresca sensualità e energia umana e pura. Una energia che ha reso possibile una presenza forte, quasi indistruttibile. Una voce che ha attraversato generazioni. Un’ironia che non risparmiava niente e nessuno, nemmeno sé stessa.

Io custodisco il privilegio di averla incontrata, e la gratitudine di aver potuto vivere e raccontare con la luce un frammento della sua anima così luminosa.

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